Home

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Cookie policy

 

Cookie
I cookie sono piccole porzioni di dati che vengono memorizzate e utilizzate per migliorare l'esperienza di utilizzo di un sito.
Ad esempio possono ricordare temporaneamente le tue preferenze di navigazione per evitarti di selezionare tutte le volte la lingua, rendendo quindi le visite successive più comode e intuitive.
Oppure possono servire per fare dei "sondaggi anonimi" su come gli utenti navigano attraverso il sito, in modo da poterlo poi migliorare partendo da dati reali.
I cookie non registrano alcuna informazione personale su un utente e gli eventuali dati identificabili non verranno memorizzati. Se si desidera disabilitare l'uso dei cookie è necessario personalizzare le impostazioni del proprio computer impostando la cancellazione di tutti i cookie o attivando un messaggio di avviso quando i cookie vengono memorizzati. Per procedere senza modificare l'applicazione dei cookie è sufficiente continuare con la navigazione.

I cookie non sono virus o programmi

I cookie non sono virus o programmi. I cookie sono solamente dati salvati in forma testuale nella forma "variabile=valore" (esempio: "dataAccessoSito=2014-01-20,14:23:15″). Questi dati possono essere letti solamente dal sito che li ha generati, e in molti casi hanno una data di scadenza, oltre la quale il browser li cancellerà automaticamente.
Non tutti i cookie vengono utilizzati per lo stesso scopo: di seguito verranno specificate le diverse tipologie di cookie utilizzati da questo sito web.

Cookie indispensabili
Questi cookie sono essenziali al fine di consentire di spostarsi in tutto il sito ed utilizzare a pieno le sue caratteristiche. Senza questi cookie alcuni servizi non potranno funzionare correttamente.

Performance cookie
Questi cookie raccolgono informazioni su come gli utenti utilizzano un sito web, ma non memorizzano informazioni che identificano un visitatore. Questi cookie vengono utilizzati solo per migliorare il funzionamento del sito web.
Utilizzando il sito l'utente accetta che tali cookie possono essere memorizzati sul proprio dispositivo.

Cookie di funzionalità
I cookie consentono al sito di ricordare le scelte fatte dall'utente (come la lingua o altre impostazioni speciali eventualmente disponibili) e forniscono funzionalità avanzate personalizzate, e possono anche essere utilizzati per fornire i servizi richiesti. Utilizzando il sito l'utente accetta che tali cookie possono essere memorizzati sul proprio dispositivo.

Come gestire i cookie sul tuo PC
Ogni browser consente di personalizzare il modo in cui i cookie devono essere trattati. Per ulteriori informazioni consultare la documentazione del browser utilizzato.
Alcuni browser consentono la "navigazione anonima" sui siti web, accettando i cookie per poi cancellarli automaticamente al termine della sessione di navigazione. Per ulteriori informazioni riguardo la "navigazione anonima" consultare la documentazione del browser utilizzato.

Google Analytics
Questo sito web utilizza Google Analytics, un servizio di analisi web fornito da Google. Google Analytics utilizza i cookies per consentire al sito web di analizzare come gli utenti utilizzano il sito. Le informazioni generate dal cookie sull'utilizzo del sito web (compreso il Vostro indirizzo IP anonimo) verranno trasmesse e depositate presso i server di Google negli Stati Uniti. Google utilizzerà queste informazioni allo scopo di esaminare il Vostro utilizzo del sito web, compilare report sulle attività del sito per gli operatori dello stesso e fornire altri servizi relativi alle attività del sito web e all'utilizzo di internet. Google può anche trasferire queste informazioni a terzi ove ciò sia imposto dalla legge o laddove tali terzi trattino le suddette informazioni per conto di Google. Utilizzando il presente sito web, voi acconsentite al trattamento dei Vostri dati da parte di Google per le modalità ed i fini sopraindicati.
Si può impedire a Google il rilevamento di un cookie che viene generato a causa di e legato al Vostro utilizzo di questo sito web (compreso il Vostro indirizzo IP) e l'elaborazione di tali dati scaricando e installando questo plugin per il browser: http://tools.google.com/dlpage/gaoptout?hl=en



Intervista a Il Tempo del 5 marzo 2017
di Gian Marco Chiocci
 
Presidente Berlusconi, cominciamo dall'attualità. Negli ultimi giorni alcune inchieste hanno sfiorato fedelissimi e familiari dell'ex premier Matteo Renzi. Da "esperto" del tema, crede si possa parlare di persecuzione giudiziaria? Oppure Renzi, viste le indiscrezioni sulle indagini, avrebbe il dovere di chiarire?
«Non augurerò mai ad un avversario politico di essere vittima del sistema di persecuzione giudiziaria del quale sono stato vittima io. Tra l'altro Renzi non è neppure indagato. Battere Renzi è un compito che tocca a noi, proponendo soluzioni migliori delle sue e dimostrando agli italiani che siamo più adatti del Pd a governare il Paese.
La magistratura faccia le indagini che ritiene di compiere, ma la politica non c'entra nulla con questo. E poi la presunzione di innocenza vale per tutti, anche per le persone vicine a Renzi».
Intanto in Parlamento sta per arrivare la mozione di sfiducia contro il ministro Luca Lotti...
«Sono e rimango un garantista anche quando le vicende riguardano un avversario politico. Il principio della presunzione di innocenza per me vale nei confronti di chiunque. Lo ripeto ancora una volta, non condivido l'utilizzo della giustizia come strumento di lotta politica. Voglio anche ricordare che, al di là di ogni considerazione sul caso specifico del ministro Lotti, Forza Italia non ha mai votato la sfiducia individuale ad un ministro, nella convinzione che tale istituto sia una forzatura del principio costituzionale e democratico secondo il quale la responsabilità del governo è sempre collettiva».
A proposito di inchieste e scissioni (e soprattutto di scissioni finite non benissimo), il primo nome che viene alla mente è quello di Gianfranco Fini. Anche alla luce degli sviluppi politici e giudiziari, che idea si è fatto del suo ex delfino?
«Su Fini ho poco da dire. Il suo fallimento è politico. Gli elettori hanno punito con giusta severità il suo ruolo nell'incruento colpo di stato che ha fatto cadere il nostro governo. Fini è venuto meno, per ragioni che non so capire, al compito storico della destra italiana. Questo lo ha messo ai margini della vita pubblica. Il resto sono pettegolezzi o - se vi sono reati - lo sapremo alla fine di un procedimento giudiziario».
Il Pd ha avviato l'iter che porta al congresso. Si sente più sollevato perché le elezioni si allontanano o più preoccupato all'idea della paralisi che potrebbe colpire governo e Parlamento in attesa che si chiariscano i nuovi rapporti di forza nel partito di maggioranza relativa?
«Sinceramente trovo surreale che i media, mentre gli italiani hanno problemi drammatici, diano così tanto spazio agli equilibri congressuali del Pd. Agli italiani poco importa la posizione di Renzi o di Bersani, di Emiliano odi Orlando, importano i problemi drammatici che devono affrontare ogni giorno, dalla povertà alla disoccupazione al fisco soffocante, dalla paura per la sicurezza all'allarme per l'immigrazione clandestina. Questo è quello che ho definito più volte "teatrino della politica": come possiamo aspettarci che gli elettori abbiano fiducia in una classe politica che vive solo per regolare i propri conti e gestire i propri interessi?».
In molti sostengono che questo si potrebbe evitare accelerando il ricorso alle urne. Sicuro non sia una buona idea?
«Contrariamente a quanto hanno scritto molti giornali, io non sono mai stato favorevole al rinvio della data delle elezioni. Anzi, credo che, dopo quattro governi non scelti degli elettori - l’ultimo voluto dagli italiani è stato il mio governo nel 2008 - prima si darà ai cittadini la possibilità di scegliere con il voto e meglio sarà. La sola preoccupazione che ho espresso è che, in assenza di una legge elettorale adeguata, dalle elezioni emerga un quadro di in governabilità oppure una distorsione della volontà dei cittadini che porti al governo del Paese una minoranza relativamente piccola. Questo accadrebbe se si votasse con un sistema maggioritario in un quadro politico così frammentato, nel quale anche chi prendesse il 30% dei voti rappresenterebbe in realtà poco più del 15% degli italiani, visto che ormai quasi la metà degli elettori non va a votare».
Crede che Renzi riuscirà a spuntarla anche questa volta oppure ha perso il tocco magico?
«Renzi ha commesso molti errori che lo hanno condotto alla sconfitta al referendum. Il suo viaggio in America poi, a discutere di nuove tecnologie, mentre il suo partito andava in pezzi, è un atteggiamento curioso da parte di un leader. Il Pd non perdona, e nelle faide interne non si è persa la vecchia tradizione comunista: tutti addosso a chi cade in disgrazia, compresi coloro che fino al giorno prima gli erano vicini.
Vedremo se Renzi avrà la forza di riprendere il controllo ma nel caso ci riuscisse non avrà certo più intorno il partito monolitico degli anni scorsi».
Scissioni, ma anche ricomposizioni. Se la legge elettorale dovesse prevedere - come peraltro la stessa Forza Italia pare orientata a chiedere - il premio alla coalizione, ci sarebbe da mettere in piedi una riedizione della Casa delle libertà con Lega e Fratelli d'Italia. Ritiene possibile questa operazione?
«Non soltanto possibile, ma necessaria. Il centro-destra è l'unica realtà politica che, unita, può raggiungere il 40% e guidare il Paese, per far uscire l'Italia dal marasma nel quale l'hanno gettata quattro governi di sinistra. I Cinque Stelle non sono certo un'alternativa al fallimento del Pd, quindi rimaniamo solo noi. Naturalmente perché questo sia possibile occorre che tutti siano disposti ad agire come una squadra, evitando i personalismi che negli ultimi mesi hanno innescato polemiche inutili».
E sul programma?
«Occorre che la coalizione abbia un profilo liberale, riformatore, che sappia relazionarsi al mondo cattolico, che sia credibile in Europa e sul piano internazionale. Non possiamo limitarci a raccogliere lo scontento, per quanto legittimo, dobbiamo dare delle risposte serie e credibili. D'altronde in tutt'Europa l'alternativa alla sinistra è rappresentata dai moderati del Ppe, dei quali noi siamo orgogliosamente rappresentanti in Italia».
E allora uno si potrebbe chiedere perché - se le condizioni ci sono - sia fattibile la coalizione ma non il listone. Quando ha sentito Matteo Salvini l'ultima volta? E Giorgia Meloni?
«Mi pare evidente: non siamo un partito unico. Abbiamo culture, linguaggi e sensibilità differenti, che è giusto si confrontino e si misurino. La storia del Pd sta dimostrando proprio in questi giorni che fusioni a freddo di storie diverse non funzionano mai. Possiamo però essere una coalizione guidata da un progetto comune sul quale stiamo continuando a lavorare. Proprio per questo non le saprei dire quando ho sentito Salvini e Meloni: i contatti fra i leader sono la normalità, non eventi memorabili».
È vero che sta cercando facce nuove e giovani per il futuro?
«Confermo tutto: la prossima volta le nostre candidature saranno riservate per almeno la metà a persone che vengano dalla società civile e che non abbiano mai fatto politica, dimostrando però nello studio, nel lavoro, nell'impegno civile adeguate capacità, da mettere al servizio della collettività. La politica chiusa in se stessa muore, e i cittadini se ne allontanano sempre più. Per combattere questa tendenza non basta avere le idee giuste, occorre anche proporre persone credibili, non i soliti protagonisti del Palazzo, ma donne e uomini che vivano la realtà dei problemi di tutti. Lo faremo senza rottamazioni, che non sono nella nostra cultura e di cui non abbiamo bisogno, ma con grande determinazione».
Meloni e Salvini continuano a ritenere imprescindibile per l'unità del centrodestra la celebrazione delle primarie. Lei le ha sempre considerate uno strumento dannoso. Come si trova una mediazione?
«Le primarie, soprattutto se non regolamentate per legge, si prestano ad abusi infiniti, allargano i conflitti e le divisioni, determinano situazioni spesso insostenibili, si prestano a infiltrazioni del malaffare, come ha dimostrato l'esempio del Pd in questi anni».
E allora come se ne esce?
«Io credo che le forze politiche debbano sapersi assumere le loro responsabilità, fra le quali c'è quella di proporre un leader e un candidato premier all'altezza dei problemi del Paese e in grado di conquistare il consenso della gente. Non è affatto scontato che chi è più popolare fra i militanti lo sia anche fra gli elettori. Persone di grande qualità alle primarie soccomberebbero di fronte a professionisti della politica, molto meno bravi ma più organizzati, più radicati sul territorio, con maggiori finanziamenti. Il compromesso possibile è quello che abbiamo indicato nella nostra proposta di legge elettorale: le primarie le fanno gli elettori il giorno in cui si vota. Il leader del partito che prende più voti è automaticamente candidato premier a nome di tutta la coalizione».
Giorgia Meloni le chiede di firmare una clausola "anti-inciucio" prima delle elezioni. Dopo il voto c'è davvero la possibilità di un nuovo patto del Nazareno con il Pd?
«Mi fa sorridere che si faccia questa richiesta: noi non siamo mai venuti meno ai patti di coalizione. Tutti ricordano che non si può dire lo stesso degli altri partiti di centro-destra. Ovviamente il Patto del Nazareno è una fase politica chiusa. Noi le elezioni vogliamo vincerle, non fare patti con qualcuno».
A proposito di mediazioni: come si possono conciliare le posizioni antieuropeiste di Salvini con un partito come Forza Italia che esprime il presidente del Parlamento europeo?
«La Lega esprime una critica giustissima all'Europa, una critica che condivido totalmente. Questa Europa non soltanto non piace a nessuno, ma viene vissuta dai popoli europei come un'imposizione, una sopraffazione, una limitazione della libertà. È il contrario del grande sogno europeista nel quale la mia generazione ha creduto fino in fondo. L'Europa di De Gasperi, di Adenauer, di Schuman era un grande spazio di libertà e di pace.
Di fatto il processo di unione dell'Europa ha garantito 70 anni di pace, e non è una cosa da poco per chi ha il ricordo delle grandi tragedie delle due guerre mondiali, ma oltre a questo non si è riusciti ad andare».
Dove si è sbagliato?
«L'Europa non ha un'identità, non ha valori condivisi, non ha un modello di cultura e di società in cui identificarsi, non c'è una solidarietà fra cittadini che si sentano davvero europei. Ha soltanto una grande meticolosa burocrazia che impone regole spesso senza senso e senza tenere conto delle diverse situazioni. Questa governance europea ha realizzato una politica economica, della quale l'euro è un esempio negativo, che ha reso molto più difficile per tanti Paesi uscire dalla crisi. Nonostante tutto questo, però, l'Europa è un progetto al quale non si può rinunciare, in un mondo globalizzato nel quale i singoli Paesi non hanno più né la forza, né la capacità di svolgere da soli un ruolo significativo».
Di uscire dall'Europa non se ne parla nemmeno, dunque.
«Uscire dall'Europa e dall'euro oggi avrebbe un prezzo altissimo. La Gran Bretagna, che non è mai entrata nell'euro, ha potuto permettersi di lasciare l'Europa perché la sua economia e i suoi bilanci sono in condizioni ben diverse dai nostri.
L'Italia sarebbe un piccolo Paese nelle mani di spinte speculative che non saremmo in nessun modo in grado di controllare».
Ci sarà pure qualcosa che possiamo fare, però.
«Possiamo chiedere e, se necessario, imporre anche in quanto Paese fondatore dell'Europa unita, un cambio di passo radicale. Dobbiamo ripensare, questo sì, l'edificio europeo dalle fondamenta.
Senza di questo, saranno i popoli, con il voto, a decretare la fine dell'Unione, oltre che dell'Euro, e ad aprire così una nuova fase di tensioni e conflitti del tutto imprevedibili e potenzialmente molto pericolosi».
E intanto che aspettiamo cosa si può fare per alleviare un po’ il peso della moneta unica?
«Uscire dall'euro non è ragionevole, oggi, ma si può studiare, a livello europeo, una doppia circolazione monetaria fra valute nazionali ed euro, riacquisendo così una parziale sovranità monetaria. Questa proposta, avanzata da alcuni economisti, mi sembra molto interessante. Ricordo esempi storici come le AM Lire, che il nostro Paese ha conosciuto nel dopoguerra, ma anche esempi attuali: una valuta virtuale come i bitcoin permette di intrecciare molte transazioni sul web senza compromettere o creare problemi all'ordinaria circolazione di moneta».
È vero che ha pensato di candidare Umberto Bossi nelle liste di Forza Italia? Ritiene possibile che il Senatur, visti i non facili rapporti con l'attuale segretario del Carroccio, esca dal partito per fondare un suo movimento?
«Bossi è la Lega, e la Lega senza Bossi perderebbe la sua identità, la sua storia, la sua stessa ragion d'essere. Umberto Bossi ha incarnato il grande sogno federalista, ha imposto la questione settentrionale al centro dell'attenzione della politica, ha trasformato un piccolo movimento locale in una realtà determinante a livello nazionale. Sento spesso Umberto, al quale mi lega una sincera amicizia e stima reciproca. Non mi ha mai parlato di questi progetti, per la verità. Ovviamente se volesse candidarsi con Forza Italia sarebbe per noi un grande onore, ma mi sembra un'ipotesi molto fantasiosa. La Lega perderebbe la sua anima, e Bossi la sua casa. Non credo che accadrà e, comunque, non ne abbiamo mai parlato. È vero invece che con un leader come Bossi era facile trovare una sintesi e individuare soluzioni costruttive. Anche da questo è nata prima la stima e poi l'amicizia e l'affetto tra noi».
Angelino Alfano vuole ricostruire una casa dei moderati e ha rivolto un appello a Forza Italia in tal senso. Le reazioni sono state freddine. La sua strada e quella del suo ex "delfino" sono destinate a non incrociarsi più?
«Per ricostruire un centro-destra moderato io sono disposto ad accettare molte cose, ma non posso fare a meno di considerare quanto è avvenuto in questi anni, e cioè che una serie di governi di sinistra sono stati resi possibili da eletti nel centro-destra. Questo ha un significato politico e anche morale. Vedremo caso per caso, ma Forza Italia non è un taxi sul quale si sale e si scende secondo le convenienze del momento. Alcuni amici si sono illusi di poter creare un polo concorrente al centro-destra, alleandosi con la sinistra. Hanno fallito, ed ora non possono chiedere a noi di risolvere i loro problemi».
Capitolo Roma. Che idea si è fatto della sindaca Virginia Raggi? C'è un deficit di classe dirigente da parte dei Cinque stelle oppure stanno scontando l'ingovernabilità congenita di una città come Roma?
«Governare Roma è un'impresa di dimensioni titaniche. La città ha per sua natura caratteristiche uniche, dal punto di vista storico, artistico, religioso, ma anche urbanistico, economico e sociale. È sotto gli occhi del mondo intero. Virginia Raggi è la dimostrazione di quanto i Cinque Stelle non siano in grado di governare una realtà complessa come una grande città, e tanto meno l'intero Paese».
Nessuna attenuante?
«Devo però considerare due cose: una è che il disastro di Roma ha origini antiche, non dipende certo solo da Virginia Raggi. Non vorrei che l'accanimento contro il sindaco servisse a far dimenticare i disastri di chi ha governato Roma negli ultimi anni, eche ha ridotto la città in queste condizioni. La seconda cosa è che anche nei confronti della Raggi, e probabilmente proprio per questi motivi, si è scatenato un processo mediatico-giudiziario nel quale non si distinguono pettegolezzi, maldicenze ed eventuali serie responsabilità. Vale per Virginia Raggi quello che vale per tutti: merita di perdere per la sua incapacità politico -amministrativa, non merita gli schizzi di fango che le stanno gettando addosso. Fra l'altro, come molte donne che fanno politica, sconta un pregiudizio sessista, che la fa oggetto di considerazioni volgari indegne di un Paese civile».
Va detto che con loro la stampa e i media non sono esattamente teneri. Rivede nel trattamento che stanno subendo echi di quello in passato toccato a lei?
«Per certi versi sì. Sarei tentato di dire che i Cinque Stelle, che sul moralismo e l'ipocrisia hanno costruito il loro successo, se lo meritano. Ma non sarò mai a favore dell'utilizzo di questi metodi. Sono la fine della politica».
Calcio. Sono ore cruciali per il suo Milan. Può dirci come stanno realmente le cose? I cinesi si stanno allontanando?
«Direi di no. Ci hanno chiesto una ulteriore breve proroga, e in questo non vedo nulla di preoccupante. Stiamo parlando di un'operazione finanziaria non solo di dimensioni significative, ma anche complessa alla luce delle leggi cinesi. D'altronde gli investitori hanno versato caparre considerevoli a riprova della serietà delle loro intenzioni.
Questo è importante non solo per il gruppo Fininvest ma soprattutto per i tifosi del Milan.
Ho detto fin dal primo giorno che avrei consegnato il Club solo a chi avesse potuto garantire la possibilità e la volontà di investire per fare di nuovo grande il Milan».
È davvero la parola fine sulla sua esperienza in rossonero?
«Per me rinunciare al Milan è obbiettivamente doloroso: acquistarlo, farlo crescere, condurlo ai trionfi in tutto il mondo non è stato un investimento, è stato un atto d'amore. Certo, i tifosi stiano tranquilli, se venissero meno le condizioni indicate, tornerei indietro senza esitazione. Ma oggettivamente non vedo motivi per i quali questo dovrebbe accadere».

Fonte